Mentori e capipolo non sono sinonimi

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Mentori e capipolo non sono sinonimi

In questi primi mesi dell’anno si parla tanto di partiti personalistici, soprattutto in Italia, di Presidenti capipolo, soprattutto in America, e della nuova classe dirigenziale.
A questo si aggiunge che l’altro giorno mentre proponevo un corso ad una persona, questa mi ha risposto “Vengo al corso, anche se ci credo poco, perché i capipopolo che ti vogliono cambiare la vita non fanno per me”.
Cosa c’entra in tutto questo la figura del mentore? Ci riflettevo in questi giorni, soprattutto per via di Livio Sgarbi, famoso coach e trainer, che ha condiviso sui social l’esercizio dei tre mentori, molto potente nel coaching.

Ho quindi fatto una riflessione, anzi tre.

 

Capipopolo e Mentori

Noto che si usano spesso “capo-popolo” e “mentore” come sinonimi quando non lo sono.
Capo-popolo è utilizzato più in accezione negativa, eenza entrare nella polemica del “chi determina cosa”, è comunque strano vedere come l’opinione pubblica distingua poi tra i capi-popolo, ritenendo ad esempio Gesù o Gandhi “giusti” mentre altri non lo sono.
Mentore era un personaggio dell’Odissea e da sempre è considerato una figura fondamentale, alla quale è riconosciuta la saggezza e l’esperienza di un maestro anche se non si presenta come tale, traducendo la sua azione in consigli e suggerimenti.
Ognuno dovrebbe avere la fortuna di avere uno o più mentori, accelerando così la propria crescita personale e professionale. Non è un caso che ci sono programmi di Mentorship nelle università come nelle grandi aziende americane e non è un caso che grandi atleti del passato vengono chiamati ad essere  mentori degli atleti giovani più promettenti.

La vera trappola

Intravedo una trappola dietro alla risposta che mi è stata data da quella persona: la nostra relazione intima con un capo-popolo o mentore.
Si tende a non voler dichiarare di essere ammaliati da un capo-popolo come tendiamo a non cercare un mentore, probabilmente perché li consideriamo segni di debolezza.
La realtà è che ognuno di noi ha già, e forse da sempre, dei capi-popolo (ATTENZIONE…) che ci condizionano la vita o che ci indicano più o meno chiaramente come cambiarla. Esempi? Una guida religiosa (chiamatelo come ritenete giusto, Dio, Allah, etc.), i nostri genitori, il nostro partner.
Pensateci: quante indicazioni riceviamo che riteniamo automaticamente giuste? O che prendiamo per buone solo perché arrivano da una fonte che consideriamo autorevole?
Quindi ognuno di noi ha, più o meno esplicitamente, delle guide: la differenza è nel sapersi scegliere quelle utili. E ritengo la potenza dell’esercizio dei mentori non è soltanto nel ricollegarsi ai consigli di quella figura, ma innanzitutto nell’esplicitarla come tale, rendendocela visibile e consentendoci, anche inconsciamente, di escluderne altre.

Ti cambio? No, cambiati la vita

Nel mio percorso per diventare Coach ho ricevuto tanti insegnamenti tra cui che nessuno ti può cambiare la vita, te la devi cambi tu partendo dal farti trovare pronto a cogliere le occasioni per farlo.
Se hai un atteggiamento costantemente negativo, non vedrai mai nemmeno le più grandi opportunità che ti sbattono addosso. Se vai ad un colloquio di lavoro decisivo con la tua vocina interna che  dice “Tanto prenderanno i soliti raccomandati”, non darai comunque il 100% di quello che hai. Se hai già dato per persa una gara perché consideri l’avversario più forte, non concentri le energie su trovare un modo per vincere.
Quando vai ad un corso, non è quello che ti cambia la vita: è la tua decisione di andare che lo fa. Quando vai ad un corso disponibile a prendere e dare tutto il possibile, ti stai cambiando la vita.

 Quando ti scegli un mentore, è la tua voglia di averlo e la tua capacità di scelta che diventa fondamentale per il tuo cambiamento.

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Giammarco D'Orazio

Mental Coach in sport e business, formatore, professionista della comunicazione con 20 anni di esperienza. Specializzato in Personal Branding
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